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giovedì 24 dicembre 2015

Il messaggio di Neon Genesis Evangelion

by Cloud


Il 2015 è quasi finito. E questo articolo, quando l’ho iniziato a scrivere, iniziava con “Come tutti saprete, è da poco iniziato il 2015”. Capirete quindi, che è da un bel po’ che ho in cantiere questo pezzo, ma ne è valsa la pena, in quanto si tratta forse dell’articolo più complesso della mia carriera. Di una roba che volevo scrivere da sempre, prima ancora che nascesse il blog.

Ma perché ho iniziato proprio parlando di questo 2015, che sta adesso per finire? Cos’ha di tanto speciale? Ebbene, tra le tante cose, il 2015 è l’anno in cui sono ambientate le vicende di un’opera che ha fatto la storia dell’animazione giapponese, un capolavoro senza tempo, e uno dei miei anime preferiti: stiamo parlando di Neon Genesis Evangelion, prodotto esattamente 20 anni fa dallo studio Gainax, scritto e diretto dal geniale Hideaki Anno.
Il successo che questo cartone giapponese ha avuto è enorme, per certi versi grazie al tantissimo merchandising ad esso correlato, e anche grazie al recente reboot cinematografico, il Rebuild of Evangelion. Di questa roba, però, in questo momento ci frega ben poco, visto che il mio intento in questo articolo è di andare ad analizzare la serie originale e il film The End of Evangelion, suo completamento, per giungere all’aspetto più importante e profondo dell’anime, senza il quale tutto il resto non ha alcun motivo di esistere: il messaggio che l’opera vuole trasmettere.


ATTENZIONE! NELL’ARTICOLO SONO PRESENTI NUMEROSI SPOILER SU EVANGELION, SE ANCORA NON AVETE VISTO LA SERIE ORIGINALE E THE END OF EVANGELION, EVITATE DI LEGGERE OLTRE. ANDATEVELI A VEDERE SUBITO, RIMUGINATECI SU PER CONTO VOSTRO, E POI TORNATE QUI A CHIARIRVI LE IDEE!



Se infatti Evangelion ha una trama fantascientifica affascinante, che si può scegliere di approfondire o meno, piena di riferimenti al Cristianesimo e all’Ebraismo, questa era per l’autore soltanto un pretesto, e gli stessi riferimenti religiosi furono scelti soltanto affinché suonassero “esotici” al pubblico giapponese, un po’come quando in molte opere occidentali vengono citati elementi di mitologie straniere. Non cercate, quindi, di dare un senso alle Lance di Longino, agli alberi della Vita o alle pergamene del Mar Morto, perché, semplicemente, non ne hanno.



Ciò su cui ci si deve invece focalizzare, dall’inizio alla fine, è lo sviluppo dei personaggi principali, dotati ciascuno di emozioni, complessi e debolezze talmente credibili e ben studiati da rispecchiare pienamente quelli di persone reali. Questo perché lo stesso Anno, prima di realizzare Evangelion, e per la precisione mentre lavorava a “Nadia: Il Mistero della Pietra Azzurra”, era caduto in un periodo di depressione, da cui una volta uscito prese ispirazione per realizzare la serie robotica in questione. La scelta del mecha non fu un caso: il genere era ormai passato di moda in Giappone, ma lui e moltissimi altri “otaku” della sua generazione erano cresciuti tanto con i Super Robot in stile Go Nagai, quanto con i Real Robot successori del Gundam di Tomino (Gundam stesso assieme ad Ideon, altra opera di Tomino, ispirò molto Evangelion, grazie ai suoi profondi contenuti, ma questa è un’altra storia). 

Se in Italia molti si fregiano del titolo di “otaku” come fosse qualcosa di positivo, pensando che significhi semplicemente “appassionato di manga e anime”, in realtà in Giappone questo termine indica un’ossessione maniacale per le proprie passioni, ossessione spesso volta al fuggire dalla realtà e al rifugiarsi negli hobby. Come si può ben capire da Otaku no Video, che racconta in chiave romanzata la nascita dello Studio Gainax, Anno e i suoi soci erano senza dubbio degli otaku, che erano poi riusciti ad andare a fondo in questa loro passione diventando loro stessi produttori di anime. Nonostante l’avverarsi del loro sogno, però, il futuro creatore di Evangelion non era affatto felice. Sentiva che il vivere da otaku, nel vero senso della parola, non era altro che un “autismo forzato”, che lo portava ad allontanarsi sempre più dalle altre persone e a rifugiarsi nell’animazione. In un’intervista poco dopo l’uscita degli ultimi episodi della serie, Anno disse che un suo limite stava nel “sapersi esprimere soltanto con l’animazione”. È esattamente lo stesso problema che ha Shinji, protagonista della serie: pilotare l’Eva 01 è l’unico modo che ha per farsi apprezzare, e ricevere così affetto dagli altri. Evangelion è quindi un’opera destinata soltanto agli otaku? 

Qui sta il grosso errore in cui cadono molti: Hideaki Anno era un otaku, questo è vero, ma era anche un essere umano, come lo siamo tutti noi. Certi stati d’animo, certe debolezze, possono derivare non soltanto dalla passione per l’animazione, ma da qualsiasi situazione. Tutti noi, quindi, potremmo trovare in Shinji, in Asuka, in Misato o in Gendo (per dire quelli che, a mio avviso, sono i personaggi meglio approfonditi), ma un po’ in tutti i personaggi, alcuni lati della nostra personalità, e la serie può aiutarci a riflettere su come cambiarli in positivo. 

Nel mettere a nudo la psiche dei personaggi, in particolar modo di Shinji, e i loro dilemmi personali, la serie non si fa scrupoli ad utilizzare riferimenti alla filosofia esistenzialista e alla psicologia, che a differenza dei termini religiosi hanno qui un grande significato. Per citare quello più significativo, l’AT Field, o “Absolute Terror Field”, il campo di forza che difende gli Angeli, sta ad indicare, in psicologia, la “barriera” che divide le persone autistiche dalle altre, impedendo loro di provare empatia per il prossimo. Il riferimento è quanto mai appropriato visto che nella serie, come dice Kaworu, anche gli umani hanno un AT Field, ed è ciò che li tiene divisi, che dà a ciascuno una propria forma e lo rende un individuo. L’essere individui separati porta però gli uomini a non comprendersi, e a ferirsi vicendevolmente. 

Ogni persona ha infatti nella sua mente un’immagine delle altre, fatta molto spesso di aspettative che non corrispondono a verità: quando questa immagine si scontra con la realtà, si viene delusi, e quindi feriti. Pur consapevoli di questa situazione, gli uomini continuano ad avvicinarsi e respingersi, perché ciò che li ferisce è allo stesso tempo ciò che potrebbe dargli la felicità. Per simboleggiare questa situazione si fa riferimento al “dilemma del porcospino”, analogia inventata da Schopenauer: i porcospini, bisognosi di calore, si avvicinano l’un l’altro, ma così facendo finiscono anche per ferirsi a vicenda con i propri aculei. La soluzione a questo problema, come suggerisce Misato, potrebbe essere il mantenere la giusta “distanza di sicurezza”: così il bisogno di calore viene soddisfatto solo in parte, ma almeno si evita di ferirsi. Ma siamo sicuri che ciò sia abbastanza?
I nostri personaggi cercano in continuazione di colmare il loro vuoto interiore, derivante da esperienze di diverso tipo, con l’affetto delle altre persone: 

Misato, apparentemente colma di odio per il suo defunto padre, finisce per rifugiarsi tra le braccia di Kaji, che era del tutto simile al suo genitore. Per quanto fingesse di ripudiare suo padre, aveva in realtà sempre desiderato il suo affetto, ed era proprio la somiglianza tra lui e Kaji che l’aveva fatta innamorare di quest’ultimo. Resasi conto di ciò, Misato lascia l’amato, in un’ennesima fuga dalla figura paterna. Fuga che sembrerà terminare quando i due, nel corso della serie, torneranno insieme, a dimostrare quanto i sentimenti della donna siano confusi e contraddittori. Misato è l’esempio più palese di chi ricerca in maniera disperata, e per certi versi morbosa, il “calore” esterno.

Shinji è sotto certi punti di vista molto simile a Misato. Anche lui ha un rapporto complesso con il padre, che vede molto distante, ma dal quale al tempo stesso vorrebbe ricevere attenzione; e cerca inconsciamente la figura della madre, morta quando lui era piccolo: non a caso sarà fin da subito attratto da Rei, che ne è un clone. Ma non è solo a lei che rivolge le sue attenzioni; anche in Asuka, Misato e Kaworu egli cercherà dell’affetto, e se la sua relazione con quest’ultimo ha una connotazione anche piuttosto ambigua è proprio ad indicare la disperata ricerca di amore da parte di Shinji in quel momento. 

Verso la fine della serie, con Asuka distante e Misato e Rei che lo hanno deluso, Shinji trova in Kaworu un amico che può dargli quel “calore” di cui parlavamo prima. E poi, dopo la dipartita di quest’ultimo, l’oggetto della sua ricerca tornerà ad essere Asuka. E sì, la famosa scena in cui Shinji si masturba davanti a lei in stato di coma, in The End of Evangelion, è proprio l’apice del morboso bisogno del protagonista di relazionarsi con lei. Sentendosi così spesso ferito nell’animo, Shinji finirà per chiudersi sempre più in se stesso, pensando di non poter essere ferito, ma allo stesso tempo non ricevendo alcun “calore”. Inoltre, durante la serie, egli avrà l’illusione che pilotare l’EVA 01, e diventare così un “eroe”, possa renderlo felice, perché lo rende utile ed accettato dagli altri. Inutile dire che non è così.

Asuka è poi il personaggio in assoluto più simile a Shinji: per lei vale esattamente quanto detto per il Third Children in quanto a pilotare l’EVA. La sua storia familiare è forse ancor più tragica di quella di Shinji: dopo essere stata abbandonata dal padre, e aver visto sua madre suicidarsi, Asuka chiuderà il suo animo all’esterno, fingendo di dimenticare i suoi problemi ed ostentando una sicurezza che non le appartiene. Pilotare l’EVA 02 diventerà per lei un modo di dimenticare il vuoto interiore, sentendosi apprezzata da tutti. La differenza con Shinji sta proprio nel fatto che egli esterna la sua sofferenza, mentre Asuka vuole a tutti i costi sembrare matura e sicura di sé, quando nell’animo è infantile ed instabile. Se prova disprezzo nei confronti di Shinji, e cerca di attaccarlo quanto più le è possibile, è proprio perché non vuole accettare il fatto che in fin dei conti è come lei. E quando le verrà tolta l’unica cosa che le dava un’apparente sicurezza, ossia essere la migliore nel suo “lavoro” di pilotare l’EVA, Asuka crollerà completamente.



Tutti loro, quindi, sono in una disperata ricerca di sé stessi: si aspettano che fattori esterni possano dare loro la felicità, quando il problema di base è il loro atteggiamento nei confronti del mondo. A farli soffrire è la molteplicità dei punti di vista delle altre persone, che hanno ciascuna una visione differente di loro, come se il loro vero “Io” fosse frammentato in queste innumerevoli maschere. Viene qui spontaneo pensare alle opere di Pirandello, e che Anno si sia ispirato direttamente a lui o meno non ha molta importanza: che uno sia giapponese, italiano o di qualsiasi altra nazionalità, come già detto siamo tutti esseri umani, ed è quindi anche possibile che due persone diverse, in tempi e luoghi diversi, si siano trovate a riflettere sulle stesse questioni. 

Tornando a noi, dicevamo quindi che a far soffrire Shinji, Asuka e Misato è proprio la difficoltà di essere compresi, la difficoltà di comunicare con gli altri, e ancor più in profondità la difficoltà di definire una propria identità. Shinji e Asuka provano a definirsi come “piloti di Eva”, ma questa rimane solo una delle innumerevoli maschere. Inoltre, nel relazionarsi con gli altri, compiono anche loro lo stesso errore, illudendosi che una persona sia come vogliono loro perché ne considerano solo i lati positivi, o giudicandola solo per alcuni aspetti senza cercare di conoscerla meglio. Anno ha parlato di questo aspetto in un’intervista, utilizzando la similitudine della “madre buona” e della “madre cattiva”: un bambino, nei suoi primi mesi di vita, ha come un meccanismo psicologico che lo porta a dividere sua madre in due persone, la madre buona che gli dà da mangiare, che è gentile con lui, che insomma lo tratta bene, e la madre cattiva, che lo rimprovera e lo punisce. Così facendo, egli può volere bene assoluto alla madre buona senza considerarne i difetti, ma non la conosce ancora appieno come persona. Shinji e gli altri fanno spesso proprio questo, quando vanno a relazionarsi con il prossimo, ma se ci pensiamo non è tanto diverso da quando qualcuno, per fare un esempio, si innamora di un’altra persona e ne vede inizialmente solo i lati positivi ignorandone i lati negativi.

Il motivo di base per cui i nostri personaggi si feriscono, però, è che si aspettano che le altre persone colmino il loro vuoto interiore. Essendo continuamente dipendenti dal punto di vista altrui, essi non possono mai essere veramente felici, perché il mondo attorno a loro cambia in continuazione, e così le persone. E la svolta arriva quando, nel finale della serie, Shinji capisce che esiste un suo vero “Io”, sotto la montagna di maschere che lo hanno seppellito per tutto quel tempo. Un se stesso che non è un pilota di Eva, ma è semplicemente Shinji Ikari. 

“Io sono io e soltanto io”, dice, e in una frase apparentemente stupida si cela invece un grandissimo significato, ed è questo che rende la filosofia di base di Evangelion decisamente più ottimistica di quella di Schopenauer o di Pirandello: se i protagonisti dei drammi Pirandelliani trovavano nella follia l’unica via di fuga dalla realtà, dopo aver appurato la frammentazione del loro Io derivante dalle molteplici maschere che gli vengono attribuite, Shinji trova il suo Io assoluto, che non dipende dall’esterno ma solo da se stesso. Concetto che si potrebbe paragonare per certi versi al “cogito ergo sum” di Cartesio: io esisto in quanto essere pensante, indipendentemente da ciò che mi circonda. È proprio perché la sua felicità non dipende dagli altri, che il nostro protagonista può relazionarsi al meglio con loro. All’apparenza, infatti, questa potrebbe sembrare una soluzione egoistica, analoga a quella proposta da Schopenauer al dilemma del porcospino: il filosofo diceva infatti che chi ha un sufficiente calore interno può isolarsi dalla società ed evitare di essere ferito dalle altre persone, ma non è certamente questo il caso di Shinji. Il suo isolamento derivava proprio dal cercare l’affetto altrui in maniera morbosa e disperata, e l’arrivare ad essere felice “da solo”, accettando se stesso, è per lui proprio la via per essere veramente felice con gli altri, senza creare relazioni egoistiche: essendo già in pace con sé stesso non deve più usare le altre persone come “strumenti” per riempire il suo vuoto, ma anzi, può creare relazioni solide e sincere.

Come è ben chiaro, facendo maturare Shinji in questo percorso, basato sulle sue esperienze personali, Anno si rivolge direttamente a noi spettatori, dandoci degli spunti di riflessione per migliorarci. Se anche i personaggi della serie possono sembrarci esageratamente tragici o pieni di problemi, infatti, i loro drammi, le loro sofferenze e le questioni su cui si interrogano sono un qualcosa di totalmente umano, e possono benissimo interessare chiunque. Se siete arrivati fin qui a leggere, avrete capito che non sono affatto questioni solo “per otaku”.

Il finale della serie originale, di cui ho parlato finora, era molto bello, e già da solo offriva un’enorme quantità di spunti, ma è solo con The End of Evangelion che la riflessione esistenzialista della serie, (oltre alla storia dal punto di vista “materiale”) giunge a una conclusione completa, integrando quanto già detto nella serie.

La chiave per capire cosa aggiunge questo film alla saga risiede nel sottotitolo della sua ultima sequenza: “One more final: I need you”.

Già da questo sottotitolo capiamo come “The End of Evangelion”, che io considero un finale complementare a quello della serie, voglia concentrarsi maggiormente sulla questione delle relazioni tra persone.


Nella sua prima parte, vediamo di fatto la maturazione di Asuka, che dopo aver tentato il suicidio ed essere sprofondata nella depressione più totale, a seguito del crollo delle sue uniche false certezze (la morte di Kaji, e il fallimento come pilota), viene finalmente a contatto con l’anima di sua madre, che si trova all’interno dello 02. Sua madre aveva sempre continuato a volerle bene, ma il suo spirito (o almeno la parte di esso che voleva bene alla figlia, su questo è difficile giungere a una conclusione certa) era finito nell’Evangelion, e non aveva quindi potuto dare ad Asuka l’affetto di cui necessitava. Qui Asuka non si sta semplicemente rifugiando nell’affetto di qualcuno per dimenticare i suoi problemi, ma li sta sconfiggendo alla base: il trovare l’anima di sua madre nello 02, e comprenderla finalmente appieno, è di fatto un riappacificarsi con la figura materna nel suo animo.

Il rapporto con i genitori è un tema ricorrente in Evangelion. Essi sono al contempo persone estranee a noi, con cui il dialogo può risultare difficoltoso, e persone vicinissime a noi, fattori che vanno a plasmare la nostra psiche fin dalla nascita: non a caso un brano della colonna sonora della serie si chiama “Mother is the first other”, proprio a rimarcare l’importanza ed unicità di questa figura. Per Asuka riscoprire l’amore materno come qualcosa che non le è negato, è quindi un passo fondamentale nel riguadagnare fiducia in se stessa.

Nel resto del film, abbiamo invece il percorso mentale di Shinji, che dopo essersi trovato al centro del Third Impact, ed essendo diventato di fatto un dio, che può scegliere tra lasciare gli uomini separati e ciascuno dotato della propria forma, o unirli tutti nel brodo primordiale dell’LCL come un’unica forma di vita, sceglie quest’ultima alternativa, sperando così di non soffrire più.
E di fatto è impossibile soffrire, in tale stato: non ci sono più le barriere dell’AT Field tra le varie anime, tutti esistono e allo stesso tempo non esiste nessuno. Non ci si può ferire a vicenda, se si è tutti una cosa sola, fisicamente e spiritualmente.

Ma sperimentata questa situazione, Shinji capisce che il mondo che ha creato non è altro che una fuga, sia dalle cose spiacevoli che da quelle piacevoli. Ha plasmato la realtà a immagine e somiglianza di un pacifico sogno, ma la realtà si trova alla fine del sogno, e per giungere ad essa deve svegliarsi.
Egli decide quindi di dare agli uomini la libertà di riacquistare o meno la propria forma, nel caso lo vogliano. Questo perché se anche sa che nel relazionarsi con gli altri finirà per ferirsi, allo stesso modo ciò gli darà la possibilità di trovare la vera felicità.
Viene inoltre ribadito da Yui, sua madre e “guida spirituale” in questa maturazione finale, uno dei principali concetti espressi nel finale della serie, ossia che la motivazione a vivere va trovata dentro se stessi: “Quando ti perdi, devi cercare da solo la strada per ritrovare te stesso”, e ancora “se si è vivi, qualunque luogo può essere il paradiso”.

In quest’ottica, possiamo anche pensare che, più o meno durante la scena in live action, sia avvenuto il finale della serie, e che quindi i due finali si incastrino tra loro. La decisione di Shinji di annullare il “perfezionamento” potrebbe infatti risultare un po’ affrettata, per quanto non illogica, ma questo si spiega benissimo se pensiamo che mentre noi abbiano visto soltanto la sequenza live action, è in realtà avvenuto tutto il processo che porta Shinji ad accettare se stesso nel finale della serie.

Ci troviamo quindi alla famigerata, e spesso incompresa, scena finale: “I Need You”. Shinji è finalmente tornato alla sua forma umana, e la prima persona che vede ad aver riacquistato la sua forma è Asuka: la ragazza rappresenta di fatto la controparte femminile del nostro protagonista, l’altra faccia della stessa medaglia; è con lei che più di tutti Shinji ha difficoltà a relazionarsi e a comunicare, pur essendole enormemente simile, ed è proprio comprenderla come persona che rappresenta la sfida più grande. Il film ci mostra quindi Shinji che le mette le mani al collo, quasi a strozzarla come fatto nel Third Impact, per accertarsi che sia viva e tangibile. A differenza di prima, però, ritira le mani, per poi mettersi a piangere dalla gioia di averla lì, e lei lo accarezza. Asuka dice poi “che schifo”, frase che molto spesso confonde nel capire il significato della scena, ma che doveva essere in realtà un “non mi farò mai uccidere da uno come te!”, a mostrare che anche lei era di nuovo viva ed energica. La battuta fu però cambiata perché alla doppiatrice proprio non veniva, e le fu chiesto cosa avrebbe pensato se si fosse trovata in una situazione simile a quella di Asuka nell’ospedale (da qui: che schifo!).

Analizzando questo finale, e cercando di tirare le somme dell’insegnamento proposto da questa opera, possiamo capire come il messaggio sia fondamentalmente uno: comprendersi a vicenda è difficile, forse impossibile. È difficile persino conoscere appieno il proprio Io, ed è per questo che il primo passo da fare è proprio scavare dentro se stessi, capirsi ed imparare ad accettarsi per quello che si è. Dopo di che, per quanto possa essere difficile, vale la pena non chiudersi al contatto umano, e provare a comprendere gli altri. Nel tentare si sbaglierà e ci si ferirà, ma se ci si pone con il giusto atteggiamento, ossia di voler capire le altre persone, e non di aspettarsi soltanto che siano loro a darci la felicità, pian piano si andrà avanti, e ne nascerà una relazione sincera. 
È proprio questo che sta a significare quella scena finale, apparentemente amara: Shinji sta quasi per ripetere l’errore del passato, mettendo le mani al collo ad Asuka, ma stavolta si ferma e le ritira. Asuka inoltre compie per la prima volta un gesto di affetto sincero nei suoi confronti, accarezzandogli il viso. Ma questo è solo un primo passo, i due avranno davanti a sé ancora un sacco di strada da fare per sviluppare il loro rapporto. Il film si chiude qui proprio perché la parola “fine” di questa storia dobbiamo darla noi: saremo in grado di sviluppare relazioni sincere con il prossimo? Shinji e Asuka hanno scelto di provarci, e invitano tutti noi a farlo, perché a convincere Shinji a fermare il Third impact e a rilasciare gli umani è stata proprio la speranza che gli uomini un giorno riescano a comprendersi a vicenda.

E così come è difficile comprendere appieno un’altra persona, lo stesso vale per un’opera della profondità di Neon Genesis Evangelion. Del resto, media come la letteratura, il fumetto, l’animazione, o pure il videogioco, creano come un rapporto indiretto tra il fruitore e l’autore, e questo vale soprattutto quando l’opera in questione ha una forte impronta autoriale, come quella che Anno ha impresso in Evangelion. Il mio articolo quindi, con tutto che è stato scritto alla luce di innumerevoli ricerche sulle dichiarazioni dei creatori, e di numerosi “rewatch” di serie e film, oltre che di scervellamenti che non vi dico, probabilmente non è accurato al 100%, e non coglie tutte le sfumature che Anno voleva imprimere nella serie. Tuttavia, rappresenta il massimo livello di comprensione che sono riuscito ad ottenere dell’opera, senza fermarmi ad un livello superficiale, e cosa più importante, vi ho espresso ciò che Neon Genesis Evangelion significa per me, il mio rapporto con questo capolavoro.
Chiedo quindi a tutti voi che leggete, sia che siate abituali frequentatori del blog, sia che questa sia la prima volta che passate di qua: cosa rende speciale Evangelion, per voi? Cosa vi ha colpito in particolare, di questa serie?
E qualunque sia la vostra risposta, per essere arrivati alla fine di questo lunghissimo articolo posso dirvi soltanto… Congratulazioni!




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